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“Corpi abitati” 2012

Sculture di carta di Sandra Baruzzi Mostra d’Arte Contemporanea

Per Sandra Baruzzi il corpo è innanzi tutto un luogo, la dimora per eccellenza: la casa dei nostri sentimenti, l’abitazione delle nostre passioni e dei nostri pensieri. Le sculture sono invase da luci ed ombre; contenitori di conflitti e d’armonie, d’odio e d’amore.
La Baruzzi immortala e impacchetta dentro questi fogli di carta il dettaglio o l’insieme del corpo femminile, i movimenti dell’interiorità, i moti dell’anima. Le sculture si gonfiano, si assottigliano, si curvano, prendono volume, invadono e sono invase, abitano e sono abitate. Fogli di carta sublimati, piegati, ripiegati, dispiegati che porgono immagini contemporanee ed attuali, opere d’arte per dar forma ed emozione, per uscire dall’oscurità e s-velare.
 Nulla è come appare.  Forse.



Noventa Vicentina 2012                                         abitata d'orgoglio             
 
Cotignola 2010
Mo(n)di  Carta

Mondi di carta, micromondi amniotico-spaziali dove lo spazio è per un corpo solo.
Come depositato. Alla deriva.
Quasi un teatro: in scena, solo un corpo; muto. Un'isola.
Banale e quotidiana meraviglia. Stupore nostro, nel (ri)trovarlo questo corpo, come di animale: scoperto, svelato, guardato. Isolato e in solitudine. Studiato talvolta da entomologo crudele, che immobilizza, o da esploratore colonialista a caccia di trofei e di esotico.
Che il corpo è territorio di conquista. Scenario dell'intrusione e della violenza, dello sguardo che fruga, s'incunea, ruba e mette a nudo. Solo un corpo, niente di più e niente di meno, racchiuso rannicchiato indifeso protetto; tenuto al caldo e mostrato da un paesaggio-tana di carta. Allo stesso tempo, questo foglio-nido, è velo opaco e schermo trasparente. In bilico, combattuto tra dono e occultamento.

Piegare la carta è progetto preciso e infallibile, complicato, mnemonico, che presuppone controllo e certezza di risultato. Geometrica esattezza di esecuzione, spietata, che chiude, incastra e non lascia scampo. Che i lembi debbono combaciare, sempre. L'errore qui, non è contemplato. Scultura di carta è però anche gioco da bambini, gesto ripetuto e meccanico, onnipotente, magico e rituale, dove il foglio può diventare casa, nascondiglio, prigione, tana e letto. Passaggi segreti e snodi che portano a forme; reiterazioni e varianti. Porticina per mondi sconfinati. In miniatura. Carta che si stropiccia e si piega a creare anfratti, montagne e avvallamenti. Sorgenti, rivoli e fiumiciattoli a scendere, freschi da immaginare, creste taglienti da scalare, disegno di vento, pioggia e neve sulle pareti ora lisce e levigate, ora ruvide e increspate. Superfici assolate. Muschi e licheni. Ruggini. Pagine imperfette. Con mutazioni in atto.
Paesaggi labirinti, cortocircuiti di paesaggi, ora di carta ora di corpi. Una questione di pelle comunque. Una mappa, un atlante, un'impronta digitale che sta per il tutto e che tutto contiene.
Origami improbabili, trattenuti pensati, galleggianti nella mente, sospesi tra occhio e mano; pagine strappate, libri d'amore esplosi abbandonati accartocciati, che sembrano riconsegnarci una sequenza spezzata, dolorosa frattura di dettagli arcaici e ancestrali, misteriosi solo come può esserlo un corpo amato. Familiare e sconosciuto. Straniero addomesticato dagli affetti; compreso solo in parte.
Senza tempo e pienamente del tempo. Di saggezza superiore, che non sa dire e fare. Contemplante e in attesa. Di vecchio e bambino.

Chi sei, da dove vieni, cosa è successo, qual è la tua storia?

Credo si tratti, segretamente, di un invito a ricostruire, a ritessere un ordito e trama di narrazione mancante e perduta. Un cucire la memoria, che collega e riannoda fili. Una preghiera scagliata contro all'amnesia opaca e soffocante, o sotterrata come segreto. Preziosa riconsegna di un ricordo, ritrovamento casuale, chiave per accedere ad un racconto necessario come l'acqua e l'aria; parola voce che scalda il cuore. Pianto. Un abbraccio a venire. Richiamo antico. Incendio.
Con durezza di piega e di linea retta che non esiste in natura. Una battaglia forse, tra laboriosa volontà di costruzione e ordine dell'uomo, e una natura, madre terra, che si riprende le cose, le richiama a se, ripopolandole di nuovi significati; morte compresa. Schiacciante.
Dentro, avvolta come bozzolo, come un cuore caldo e pulsante, sta la figura, più morbida e di curve; in uno spazio uovo, in una cella-vetrina artificiale e moltiplicabile, che funziona un po' come incubatrice o acquario, un po' come messaggio nella bottiglia, lanciato trovato tenuto e salvato.
Una promessa muta.
Sigillo, di latte e sangue. Nero bianco rosso ocra. Un graffito rupestre che, avventuroso, ha superato i secoli. Una proiezione sulla volta interna del cranio. Nel ventre.
Qualcosa che ha a che fare con il tempo e la nascita, un tempo circolare, una trama ininterrotta, una stratificazione che collega i morti ai vivi e a chi non è ancora nato, che avvicina e sovrappone i primi uomini a quelli biotech e igienici ancora a venire.
Nonostante tutto stesse pose, stesse pieghe della pelle, stessa sorpresa e ritirarsi, stessa offerta di sé e pudori... forse stessi sentimenti, pensieri e paure. Stessi fallimenti e capacità di rialzarsi, di recuperare la postura eretta, faticosa, che talvolta, per troppo peso, sembra non appartenergli più. Grammatica gravitazionale. Legge.
O forse è del riposo, scatto fotografico, privato, rapito dolcemente nel sonno o dormiveglia, quando i muscoli si distendono e rilassano. Di certo un passaggio, che implica metamorfosi e movimento. Che qui la stasi è condizione temporanea. Incantata.
Un eco che però, perchè iscritto e tatuato nel e col corpo femminile, sembra ancora capace di sopravvivenza e di meraviglia del mondo, di cura e ferita fertili, di un tempo più comprensibile e pieno, vicino e in ascolto della natura, che ci attraversa. Scorrere delle stagioni e consapevolezze; animali, vegetali, minerali.
Immagini capaci di generare e rinnovare. Biologia che ci supera e che l'arte continua a rincorrere, inseguire ed imitare; entrambe rispondenti al tempo. Bellezza, parola problematica, abusata e quasi indicibile per vaghezza ed usura: chiamata, coraggiosamente, a rifare il mondo. Che l'arte ha probabilmente ancora bisogno del sacro, più che di politica, e di ciò che non può comprendere e che ci supera. Senza dare pretendere risposte, ma rilanciando domande, all'uomo e al cielo (chiunque si pensi lo abiti).
Arte che unisce, collega e congiunge, piuttosto che creare fratture.

Tenere insieme linguaggi differenti è un'alchimia. Un esercizio di equilibrio, pericoloso e spavaldo perché esposto a venti e raffiche che cambiano improvvisamente direzione.
Esperimenti, modi di carta: la carta è trattata con modalità sapienti che la trasformano in scultura, scultura lieve, precaria, fragile. Capace di abbracciare lo spazio, di gettarsi in esso con sospensioni e soluzioni ardite. Di appoggiarsi come farfalla. Con grazia e stupore. Della leggerezza, il cui controcanto è rappresentato dall'immagine che custodisce dentro, piena e densa.
Solido reperto facilmente distruttibile e per questo potente e commovente. Facciate marmoree, scintillanti ed esatte, che prendono luce, spigoli e rientranze perennemente ombrose, di poca luce come vallata o stanza con piccola finestra. Una stanza anima. Un abitante, interno e fetale, pesante, di carne nervi ossa, nuovo e ben fatto.
Una carta lenzuolo, sudario, coperta, ghiaccio che copre e preserva. Pietra preziosa. Con gemma dentro: femminile. Con immagine impressa; bruciante stendardo che reca figura sospesa tra archeologia e tecnologia, tra passato e futuro, tra ciò che è stato e ciò che è ancora a venire. Fossile. Fragilità che è dei corpi e della superficie, resa ancora più evidente ed esposta da una pratica non-finita, che non chiude, lasciando la forma aperta, accennata, possibile ed inespressa, quasi congelata cristallizzata nell'attimo stesso del ritrovamento, antica e preziosa mappa dove il tesoro è canzone d'amore e desiderio. Che forse non cambia il mondo certo, ma muove e consola.
Modalità di costruzione precisa, archittettonico-matematica che, ad un certo punto, per scarto improvviso, abbandona, lascia e si affida coraggiosa all'incompiuto, al ripensamento che porta a ritroso, allo svelamento. Al dispiegare e dispiegarsi del tempo. Che distende, liscia, spiega e appiana. All'usura che sbiadisce e ammorbidisce, all'arsura che secca, come piega-cicatrice di cartina geografica. Foglio di carta liso; morbido e con scrittura corrosa, slavata, mancante. Come abito stropicciato, gettato, lasciato cadere a terra, con ancora il profumo della sera prima. Scampolo imbevuto nel gesso.
Panneggio che raccoglie polvere, che porta immagini e storie. Concavo e convesso. Straccio di Venere che contiene disegno, per alcuni decorazione, per altri simbolo.
Frammento che a sua volta conserva frammento, piega di carta che tiene piega di pelle. Una sorta di verginità, restituita attraverso un fare artigianale che è fare domestico, paziente, di cura quotidiana; con dentro ribellione segreta, scandita e silenziosa, fatta di riti medicamentosi, che forse possono, talvolta, rovesciare il destino.

Di carezza trattenuta sospesa, quasi per paura di fare male. 

Massimiliano Fabbri

El Vendrel Spagna 2012

intensità                                        mutamento color                                        grovigli celati
 
                sofferenza n° 11                                        sofferenza n° 12                         sofferenza n° 13