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“Ciotole emozionali 2018”

 

La collezione di opere “ciotole emozionali 2018”, ha preso avvio, dalla modellazione e dall’utilizzo di calchi legati alla tradizione ceramica  di Castellamonte, ma nonostante questo ha dato forma a ciotole libere, oltre i confini del contenuto per poter contenere culture con pensieri e passioni altre.

 Semplicemente ciotole e piatti, oggetti ceramici d’uso comune;  per la loro realizzazione sono partita dall’osservazione di forme della tradizione come testimonianza del passaggio del tempo e le ho modellate cercando di scrutare le trasformazioni, di ricostruire il rapporto tra l’uomo e l’oggetto indagando in termini antropologici. Ho posato l’attenzione sull’aspetto estetico, sulla forma, sul colore e sulla superficie, ho salvaguardato la sua praticità e funzionalità infine l’ho intellettualizzata. Quando il confine tra arte e design si fa incerto e l’arte astratta/concettuale/contemporanea diviene metodo per ricostruire tutto ciò che ci circonda, piatti e ciotole possono assumere l’aspetto di collage colorati, possono assumere forme non convenzionali con strappi, fori, per contenere non solo alimenti multietnici ma anche pensieri, emozioni, passioni.

Oggetti/soggetti che entrano nell’ambiente della vita, in una dimensione quotidiana vissuta anche con ironia e a volte in modo dissacratorio. 

Ciotole  che alludono a tele astratte in cui la griglia modernista si ammorbidisce in forme colorate. Si tratta di contenitori costituiti da diversi strati di argille e smalti  in cui il processo grafico, pittorico, scultoreo vuole riflettere una comunità oltre il territorio specifico, oltre una cultura chiusa, che nell’aprirsi, nell’accogliere incontra nuovi sapori, nuove prospettive.

L’attenzione agli elementi sensoriali richiama invece grandi maestri, Bruno Munari,  Ettore Sottsass, Alberto Burri, Lucio Fontana ecc…

Le ciotole si prestano a essere apprezzate anche come campiture espressive: pieno e vuoto, opaco e lucido, leggero e pesante, grande e piccolo, impasti di terre diverse, ritmi visuali da godere e vivere in maniera non dissimile da un quadro astratto o una composizione musicale.

  

Ad oggi sono entrata nel vivo di questa nuova ricerca e le foto allegate ne sono una testimonianza. La scadenza di consegna per l’adesione è imminente e quindi vi inoltro il percorso avviato. Smalti e colori li applicherò successivamente ma l’intento è quello di far risaltare le superfici plastiche lasciandole in terracotta e le campiture uniformi con smalti di colori  intensi, saturi e vividi : giallo, viola, rosa, argento.

 

                                                                                                                                      Sandra Baruzzi

                                                                                                                                             www.sandrabaruzzi.it

   

 

 

 

    

    

 




 

 

 

 
 
 

 

  

M'AMA NON M'AMA 2017

FLOWERS

… per dirlo con un fiore…

 

Rosa fresca aulentissima”: così in uno dei primi testi scritti in volgare un uomo si lancia alla conquista di una fanciulla, paragonandola a quanto di più bello la natura offre: una rosa fresca e profumatissima. Da lì in poi la rosa, e il fiore in genere, nell’immaginario poetico diventa simbolo di una propria visione del mondo: la ragazza di una ballata di Poliziano esorta le compagne a godere della giovinezza che, come la rosa, va colta nel suo splendore; è bella ma caduca o è bella perché caduca. E, quasi da contraltare, secoli dopo Gozzano confesserà di amare soltanto “le rose che non colsi, le cose che potevano essere e non sono state”.

Nella schiera dei “coglitori” il Sacripante dell’Orlando furioso si prepara al “dolce assalto” della bella Angelica pensando fra sé e sé: “ Corrò (coglierò) la fresca e matutina rosa” prima che “il fiore virginal” venga colto da qualche più pronto rivale. Il “fiore virginal” è per Pascoli un gelsomino notturno che di notte verrà fecondato: i petali rimarranno “un poco gualciti” ma nell’ “urna molle e segreta” nascerà “non so che felicità nuova”. Questo fiore dischiuso si apre non per lui, il poeta, ma per  un amico prossimo sposo; lui, il poeta, simbolo per eccellenza dei “non coglitori”, quando i fiori notturni si aprono, pensa ai suoi cari defunti in una mescolanza di amore e morte, di attrazione e divieto, che è uno dei suoi tratti distintivi. Basti pensare alla ancor pascoliana “Digitale purpurea” che con i petali schizzati di rosso è un invitante e proibito e rovinoso “fior di morte”.  Nulla a che fare con “il girasole impazzito di luce” di Montale: il fiore sempre volto dalla parte del sole, ossia dalla parte di Apollo, ossia dalla parte delle arti, in primis della poesia.

Fiori da cogliere o non cogliere, fiori- giovinezza, fiori-amore, fiori di morte, fiori del male, fiori di luce, fiori di poesia. Affascinata dal mondo floreale, perché traboccante di significati forme e colori, Sandra Baruzzi ha cominciato a cogliere fior da fiore.

Numerosi sono i suoi fiori in bilico, in acrobatico equilibrio come un tempo le sue case, a suggerirci la precarietà dell’esistenza. A riflettere sulla compresenza di natura e intervento dell’uomo, vi sono i fiori in città, che non colorano campi di campagna ma imprevedibilmente si incuneano tra una costruzione e l’altra. Ci colgono di sorpresa, ci insegnano che realtà diverse possono integrarsi in un tutto armonico. La predilezione per l’accostamento inconsueto, a suggerirci la possibilità di unioni insolite, sono i fiori a fior d’acqua: non fiori in vaso né fiori sul campo ma sull’onda morbida della ceramica. Vi sono poi petalose margherite m’ama non m’ama dalle corolle aperte e vigorose, oppure stanche e flosce, ad indicare le infinite possibilità esistenziali; le impreziosiscono  i dettagliatissimi pistilli- gioiello. Talvolta possono pungere e fare male: è il caso del petaloso ondivago, che nel pensiero romantico rappresenta lo slancio metafisico verso l’infinito.

Il grande assente in questo variopinto florilegio è il fior di loto blu, presente però in un’altra mostra. Nonostante sia simbolo dell’oblio dai tempi dell’Odissea, non ci vogliamo scordare della sua esistenza.

Agosto 2017                                                                                          Anna Tabbia  




 
FIOR DI LOTO BLU 2017                                                                                    BELLIS 2017

  
PETALOSO ONDIVAGO 2017                                                                                         PETALOSO CANDIDO2017 
 
  
GIRASOLE 2017                                                                                          PETALOSO METROPOLITANO 2017

  
  NYMPHAEA ALBA 2017                                                                          FIORE DI CITTà 2017                  

  
 
VOLUTTUOSO 2017                                                                                        ROSALICCIO 2017

  
METAMORFOSI METROPOLITANA 2017                                                                   FIORE IN BILICO 2017                         
 
  
PANNELLO N. 1                                                                                             PANNELLO N.3              

  
MARGHERITA ROSSA 2017                                                                                 FLOWER 2017           

  
ARCOINFIORE 2017                                                                                              NINFEA 2017       
 


     

APPRODO ALLA NUVOLA 2016

I Fiori dell'Orizzonte

L'orizzonte variabile

Umano

Trascina una coda sensibile.

Mistero del mare,

Sabbia mobile limpida

Sul litorale del limite:

Cornucopia

Di ogni confine -

L'approdo è speranza?

Che cosa intravede

La pelle?

Sostanza. Nient'altro.

Da materia mirabile

Grezza:

La terra;

Al riflesso dorato

Dell'onda:

Le stelle

i.f.

La nostra vita, analiticamente, implica una rassegnazione all’instabilità e allo squilibrio. È la fissità delle sue forme a renderla possibile e testimoniabile. All’interno di queste strutture ci muoviamo, in un percorso a ostacoli, tentando di scardinare e, successivamente, rifondare canoni e regole.

Sotto le meraviglie delle superfici dei mari, sognano, insieme, la materia più grezza, il nutrimento più denso, i gioielli di mille e mille tesori. La crosta terrestre garantisce il nostro passo, là dove il cratere non si è ancora affacciato. I cieli, infine, avrebbero consistenza di lenzuola aeree ripiegate, per chi non sapesse respirare l'ossigeno: oltre le macchie delle nubi fino alla cassettiera atmosferica.

Abbiamo la curiosità di indagare tra le crepe del mondo, creando connessioni insperate, stendendo e stirando la nostra magnetica attrazione nei confronti della sinestesia: orizzonte variabile, sensibile – nostro malgrado – ai cambi di umore e di stagione.

La ricerca della verità, a questo modo, – proprio nella tentazione che impone ad ogni esperienza artistica – non può sfuggire a un metodo. Continue riproposizioni e imposizioni di pratiche la renderanno assimilabile ad un percorso di raggiungimento dell’estasi. Così, fare violenza alle consuetudini sarà sempre il criterio costituente di ogni estetica.

Alzare la temperatura per assimilare nuovi colori. Prendere coscienza di un’identità per poi abbandonarla. Credere nell’ordine di un'architettura per scontrarsi perennemente nella casualità o nella causalità. Frequentare la folla per sentirsi soli. Affrontare una traversata personale come se si trattasse dell'Esodo di un'intera popolazione. Ecco la magia della narrazione, intervento tanto apotropaico da poter svelare d'un tratto un significato, velando gli occhi a parte d'una sensibilità.

L’esercizio dell’eterna e inevitabile finzione ci manterrà, sempre più flebilmente, ancorati alle nostre percezioni. Giungeremo a un passo dall’irraggiungibile e perfetta visione. Fino a quando un improvviso bagliore illuminerà il deserto e ci costringerà alla realtà, dove spazio e tempo svaniranno senza lasciare via di scampo al caso: limbo perpetuo, luccichio della vanità.

 

Per Sandra Baruzzi, queste sono le case che abitiamo, le navi che comandiamo inconsapevolmente: dovunque, al di là di ogni immagine pretestuale o residuale. I territori, che colonizziamo, mantengono una vista sulla scogliera, aprono una finestra sul firmamento. Miracolo dei tetti: progresso della tana, della paglia.

 

Le lapidi immortalano nella storia individuale e comunitaria un attimo invariabile: la condizione d'essere al mondo. Folgorazione estrema: non fossero orchidee, rosa giglio tulipano saprebbero comunque galleggiare.

 

Ivan Fassio

             

                                       ARCA 2016                                                                    ARCHITETTURE IN DIVENIRE 2016

                       

                             L'0FFERTA DEL VIAGGIO 2016                                                                        TRAVERSATA 2016

      

                         EQUILIBRI PRECARI 2016                                                        L'IMPREVEDIBILE 2016

      

                  

                     TRASBORDI 2016                         GRANDE ESODO 2016                   ESODO PER MARI E PER TERRE 

 

                  

                       STELLE CADENTI 2016                             GRANDE ONDA 2016                                  ROTTE NOTTURNE2016 

                  

              ARCHITETTURE IDENTITARIE 2016                  DIMORE DELLE ANIME 2016                               ATTESA 2016

 

      

                                LIMBO PERPETUO 2016                                                                               LIMBO 2016


fuor  d'acqua 2015
 

Il Carattere della Città

 

In onda traballa

La sacra fiamma

Stellare.

Di terra e d'argilla

Si leva in antenne

La scala

Del sogno solare...

Costruire è innalzare?

L'altare è l'inizio

Dei cieli:

La bara una nave.

L'esercizio:

Materia dell'ala.

 

 

Le città esistono dovunque, comunque. Millenarie e ideali, concrete e mentali, applicate e teoriche, progettate e vissute, odiate o sognate...

Non soltanto geograficamente e storicamente, ma in quanto soluzione razionale, immaginaria e onirica, l'urbanistica ci appare come un  procedimento archetipico. Paesi e villaggi, fortezze e agglomerati sarebbero prodotti conclusivi di un processo di presa di coscienza sociale, oppure punti di partenza per una realtà fondata sullo scambio? Le due opzioni potrebbero equivalersi. Dove emergeva l'istinto di tutela e di difesa, affiorava la volontà di riconoscimento e di incontro. Quando la diffusione di idee e il commercio scandivano il passo, urgeva l'individuazione di una comunità.  Queste necessità, analizzate secondo le strutture economiche e politiche che regolano il mondo occidentale contemporaneo, appaiono slacciate dal loro valore originario. Le città, generalmente,  ci sono già: sovrapposizioni secolari, stratificazioni inconcepibili, formulazioni assurde. Da qui, la condizione “spaesata” dell'artista, sempre in bilico tra recupero radicale della tradizione e critica ai valori della modernità. Se ogni cantiere è  innalzato da esigenze di praticità, ogni fantasia creativa fa i conti con lo straniamento: scalinate labirintiche si rincorrono in edifici perturbanti, intrecci di strade  si amalgamano in incubi ineludibili, un sequenza di muraglie ci impedisce la trasmissione di un messaggio elementare. Potremmo abbattere queste pareti con un semplice motto di spirito? Forse lo stiamo già facendo, forse questo è il nostro compito...

Sandra Baruzzi vive le strutture del mondo che la circonda accompagnata da una scissione esistenziale: la distanza tra la consuetudine della percezione e le esigenze vitali e spirituali del cittadino, dell'individuo. L'autrice non spera che le abitudini funzionino. Così, cerca di minare le convenzioni con ironia, attraverso il gioco di parole. Linguaggio pubblicitario, detti e proverbi, modi di dire battezzano le sculture e le informano attraverso l'immagine. Le metafore vengono smontate. Edifici improponibili sono davvero nati sotto il cavolo... L'osservatore si ritrova letteralmente come un pesce fuor d'acqua...

Architetture si fanno grammatiche compiute, sostituendosi al dettato, alla prosa. I palazzi assumono posture umane: portatrici di sentimenti ed emozioni. Si curvano, si accasciano, si disperano: diventano isterici, sarcastici, politicamente scorretti. Umanizzati e caricati di espressione, si fanno poesia: somatizzano, si interrogano, talvolta rispondono enigmaticamente. Il movimento, la precarietà, l'inadeguatezza e la staticità della società sono rappresentati come in un morality play, attraverso personaggi che pian piano entrano nelle nostre vite come veri e propri “caratteri”: linguistici, grafici, scolpiti nella memoria...

 

                                                                                                 Ivan Fassio

                
 sciabordio metropolitano 2015             dolce immersione 2015                  onda a banda larga 2015
 

            
nati sotto il cavolo n.3 2015     contro il logorio della vita moderna 2015     expo 2015            

            
               volta stellata metropolitana 2015              fiori di strada 2015                    note in verticale 2015                        


            
rosso di sera 2015                         oltre il ponte 2015                       arco metropolitano 2015

            
prospettive orizzontali 2015          limbo metropolitano 2015                 equilibri precari 2015

            
soffio metropolitano 2015                 danza con cirro 2015                  cascata metropolitana 2015

 
sinfonia urbana n.12

SINFONIE  URBANE

Ceramiche sonore – fischietti d’autore

Opere che testimoniano un immaginario urbano, sonorità tra spazi di socialità e storie personali. Il fischio come richiamo d’ascolto.

Per scelta abito in campagna, zona collinare in mezzo a lupi, cinghiali e scoiattoli ma confesso di amare anche le città. Trovo negli agglomerati urbani una forza primordiale, un senso di mistero esattamente come quello che avverto nella natura. Gli spazi mi parlano, è l’uomo che li crea, è la moltitudine umana che li con-divide.

Pieni  e vuoti, luci e ombre, odori, suoni, colori. Moltitudini di persone oppure strade deserte nella quiete del mezzogiorno di ferragosto, strade pur sempre solenni contornate da vecchi muri fiancheggiati da edifici lucenti di vetri  a specchi, strade dove trovi stratificato lo scorrere del tempo.

Lo spazio della città incomincia ad acquistare così una profondità sonora, surreale, misteriosa.  Credo che il trasporto creativo e tutto personale di queste fluide connessioni scaturisca da qualche conoscenza inconsapevole, nascosta che conservo nella mia interiorità, nel mio dentro più intimo, molto più reale e sentito di quanto si possa credere. Una conoscenza che si libera perché non soffocata dal rapporto abituale con gli ambienti a me familiari, una conoscenza che si libera con il viaggio, con l’incontro di altri luoghi e persone.

Il fischio è sinfonia, è carpire attenzione, è comunicazione.

                                                                                                          Sandra Baruzzi



          
       sinfonia urbana n.1                      sinfonia urbana n. 2                     sinfonia urbana n.3          

           
                   sinfonia urbana n.4                      sinfonia urbana n. 5                        sinfonia urbana n. 10              

         
 sinfonia urbana n. 7                      sinfonia urbana n. 13                  sinfonia urbana n. 9    

         
sinfonia urbana n. 6                      sinfonia urbana n. 11                 sinfonia urbana n. 8
    
sguardi migranti 2015  

Sandra Baruzzi "sguardi"

a cura di Anna Tabbia

 

“Perché con un occhi guardi il mondo, con l’altro guardi dentro di te”

Amedeo Modigliani

Nella collezione “sguardi.3”, composta da tele e tondi ceramici, viene depositato uno sguardo composto da altri innumerevoli sguardi. L’occhio guarda ed è guardato, relazioni, emozioni di sguardi scambiati e immortalati in un luogo dove il confine e l’immaginario rappresentano la possibilità di “fare”, di scoprire e di osare.

Il suo sguardo scrutatore gioca a svelare affinità e incastri tra mondi, si nutre del contrasto per vedere meglio. S’avverte il rimando ad artisti “guardati” - Picasso, Miró, Gentilini, Tramonti - al disegno infantile, sempre fecondo d’immaginazione, dove la pesantezza si trasforma in leggerezza, dove una macchia con due puntini diventa volto, sguardo e relazione. Riprende simboli a lei cari: lune, scale, bestiario vario che ci introducono in una dimensione più intima e coinvolgente. Arte come luogo di costruzione delle identità perché sentita e filtrata da uno sguardo emotivo e partecipe; arte come ragnatela che impiglia, filo che annoda e collega mondi. Mondi coloratissimi di uomini, donne, animali, punti di vista eterogenei e differenti in uno sforzo costante di incontro e empatia con le cose e le storie che queste trattengono. Sguardi in connessione che ci portiamo dentro e che liberiamo fecondi.

Uno scintillio di sguardi che la brillantezza della ceramica esalta e trattiene in tondi, l’attimo del vissuto immortalato per l’eterno nei quadri in tela, forme semplici, antiche che ci consegnano l’interiorità. Una ricerca attenta del materiale, di volta in volta scelto accuratamente e praticato con continuità, dove viene accolto e valorizzato l’imprevisto.

Una mostra di facce  plurali, di sguardi che narrano il reale e l’immaginario, il ritrovamento e la perdita. 

 


         
    sguardi sognanti 2015                     sguardi d'attesa 2015                      sguardi al cielo 2015    
    

            
terra che nutre sguardi 2015                sguardi incantati 2015               sguardi condivisi 2015

            
         il bacio 2015                            sguardi multipli 2015                      sguardi doppi 2015   
                

            
               sigillo 2015                        sguardi da rossore 2015                sguardi con lacrima 2015  
              

            
       sguardi catalani 2015                         360° 2015                                concentrici 2015    
                

             
                           interrogativi 2015                               intimi 2015                      sguardi del disinganno 2015                

 “animale  abitare  2014”

a cura di IVAN FASSIO

 

L'Evoluzione delle Corazze

Penso agli animali e alle loro case...
Perché pensare?
La terra è una materia fluida
Dove un'eterna apparenza
Si evidenzia:
Non importa se sangue,
Sostanza,
Forma o speranza...
 

Se proprio volessimo, potremmo giocare: immaginare un mondo di molecole che si equivalgono. Salendo e scendendo le scale della percezione, sapremmo rivisitare i moduli della natura e del nostro pensiero come se rappresentassero un tutt'uno. Rivelazioni biologiche e speculazioni filosofiche si prenderebbero per mano, in un movimento fluido, libero, slacciato dalle  concatenazioni della consuetudine. Così, in fondo, creiamo: aggrappati incredibilmente al corpo che siamo, scissi nella crisi tra essere e avere, destinati all'estinzione su una terra carica di macerie. Da questo universo attingiamo forme e sostanze, plasmando il nostro vivere nell'amalgama del creato.

Abitiamo, a questo modo, seguendo regole di adeguamento, antiche di millenni. Le case appartengono all'istinto animale e umano. Evoluzione delle corazze, estensione dei nidi, espansione delle grotte: le nostre dimore esprimono implicitamente il nostro rapporto con il vuoto e il pieno, l'aperto e il chiuso, la difesa e l'attacco, il calore e l'odore. Le decoriamo perché le adoriamo. Sommamente utili, indispensabili all'esistenza, nel nostro immaginario si fanno feticci, manifestazioni sensibili della nostra vita, eredità da consegnare al futuro, testimonianze divise tra necessità e memoria.

Sandra Baruzzi ha cotto i laterizi di questa riflessione, svuotandoli di ogni funzionalità, ricostruendoli ad arte. Partendo dal brodo primordiale, dall'immersione nei sali della creazione, l'artista ha tentato di ascendere ai cieli, in sospensione inquieta, radicale, archetipica. Nell'occhio della tartaruga, vecchio di secoli, brilla la scalinata che conduce all'entrata del palazzo. Nella barba sapiente del pesce gatto brulica il seme del progresso. La seppia trascina l'inchiostro di progetti futuri. Onde scolpiscono fondamenta, nubi accolgono tensioni incomunicabili. Nel centro, le costruzioni dell'uomo in assenza d'umanità: strutture del ricordo...

 PESCE GATTO LUNARE

 

         PESCE MARZIANO MODELLATO                                                PESCE MARZIANO

   

                        SEPPIA APPRODATA                                            particolare SEPPIA APPRODATA

TARTARUGA URBANA

                           NUVOLA RAGGUINTA                                                            OBLIQUI ROSSI

  

                       ARCHITETTURA AMMARATA                                            ARCHITETTURA IN FIORE                 

 

   

                             RIFLESSI URBANI                                                         VERTICALI BIANCHI

GEOMETRIE URBANE 

Quercia potata di H. Hesse

Ti abbiamo tagliato, albero,
come sei spoglio e bizzarro!
Cento volte hai patito
finchè tutto in te fu solo tenacia e volontà!
Io sono come te.
Non ho rotto con la vita incisa, tormentata
e ogni giorno mi sollevo dalle sofferenze
e alzo la fronte alla luce.
Ciò che in me era tenero e delicato,
il mondo lo ha deriso a morte,
ma indistruttibile è il mio essere,
sono pago, conciliato.
Paziente genero nuove foglie
da rami cento volte sfrondati
e a dispetto di ogni pena rimango
innamorato del mondo folle.

sopra(v)vivenza urbana 2013

“Geometrie urbane” sono architetture di colori, di segni, di volumi di pieni e di vuoti.

Edifici in “terre di confine” dove prende forma l’immagine di una vita ai margini , nelle periferie, negli agglomerati urbani, un luogo dove viene conservato un carattere randagio, un luogo dove si accumulano contenitori di energie, forze, forme, geometrie, luci ed ombre. Ma non solo, qui convivono ricchi scambi di informazioni, fluenti  comunicazioni multietniche e assordanti solitudini.  Ed è in questo singolare doppio di estremo vuoto e assediante colmo che si incarna il teatro del contemporaneo. Una scenografia immaginaria dove convivono paure e sogni individuali con speranze e ansie collettive. Le grida si alternano ai silenzi, la memoria politica, civile e culturale si accumulano e tracciano geometrie altre per accadimenti futuri.

In queste artistiche “geometrie urbane” si incontrano i vuoti, le perdite, ferite aperte nei tessuti metropolitani. Incisioni orizzontali e verticali che tessono trame dove è incluso l’incontro con il vuoto. Il vuoto come condivisione di spazio che diventa apertura, dove il pensiero e il suo movimento trafila esperienze. In realtà queste opere in ceramica non sono altro che dei “non luoghi”,  dei territori immaginari che desiderano esprimere con l’energia delle loro geometrie cromatiche delle terre di confine dove s’avverte la percezione di un linguaggio caratterizzato da una condizione di perenne esilio e del suo contrario, dalla ricerca di comunicazione.

Immagini visive che cambiano, che segnano delle emergenze per i mutamenti inarrestabili. L’assenza di figure umane permette di rafforzare lo sguardo sulle linee forza dei tracciati e dei volumi. Linee verticali che si incontrano con le orizzontali, che segnano incroci, punti d’incontro, solidi che si sviluppano da ogni parti per congiungersi e con-fondersi con il cielo. Geometrie che tramano relazioni e integrazioni.

              

         architetture mediterranee                     architetture abitate                                         casatlantica atterrata

              

                  equilibri urbani                              flussi urbani                                                 geometrie urbane

                       

                                                              onda urbana 2013

 

                    

          architetture degli scambi                       geometrie urbane                           sali e scendi per architetture

                     

                città degli specchi                             integrazione                                            vertigine urbana

 

ARTE DA GUSTARE
Se il gioco è quello della libera associazione tra le parole, a “piatto” segue “cibo”. E se il gioco prosegue per l’incontro tra  “piatto e cibo” certamente l’albergo –  ristorante Tre Re è il luogo deputato a valorizzare l’uno e l’altro.
Tra il cibo preparato da Sandra e i suoi piatti ardua è però la sfida: entrambi laboriosamente preparati, entrambi cotti a fuoco lento.
Per i piatti di Sandra si potrebbe persino rinunciare alla vivanda: troppo belli per un secondo posto, troppo raffinati per mangiarvi.
Ricordano quelli che si appendevano alle pareti ma solo perché – gioia per gli occhi – meritano di essere visti e sfoggiati. Però,  a differenza dei piatti del salotto buono dei tempi andati, quelli della Baruzzi sprigionano energia allo stato puro.
Ed è l’energia dei bambini quando giocano.
Sandra gioca a fare i piatti; gli ingredienti principali sono la Baruzzi bambina, il suo divertimento, la sua gioia creativa, la sua passione e il suo trasporto: i piatti diventano facce e allora da piatti da portata si trasformano in piatti-ritratti.
Ogni faccia è un micromondo la mappa di un viaggio reale o immaginario tra identità e differenze. Racconti visivi che rivelano allo sguardo l’immensa varietà della razza umana. Piatti allora sì davvero da appendere per ricordare il volto di qualcuno, sfigurato dal gioco che allunga, allarga, deforma, riforma, graffia, spacca con una violenza mista all’ironia, colora, trascola, copre, scopre, ricopre, lucida, luccica, opacizza.
Il volto è poi un sentimento e, se a dominare è il crear brioso, non manca lo sconquasso del cuore.  Pochi segni, alcune parole, scintille di colore ed ecco sparsi semi da cui nascono altre immagini, un mondo fecondo d’immaginazione, sentimento e poesia.
I rimandi possono essere tanti, Pablo Picasso, Paul Klee, Joan Miró, ma di certo anche  in ognuno di noi, nei primi anni di vita, abbiamo incontrato il segno e la sua essenza, come per la parola il suo suono. Una ricerca d’equilibrio verso la sintesi, un liberarsi dalla zavorra del ridondante.
Il gioco, poi, è una cosa seria di cui vanno studiate regole e mosse, azzardati esperimenti e sfide.
Ed è qui un’altra anima ancora della Baruzzi: quella della sperimentatrice, della pioniera di nuove tecniche, nuovi colori, nuove cotture. Un’alchimia infinita data dalla combinazione delle diverse terre, dalla mescolanza di smalti, ossidi e colori ceramici, dalle alte temperature di cottura (1000°C – 1300°C). Un ricerca di anni, una lotta per la conoscenza, condivisa e sostenuta  con grande valore aggiunto da Guglielmo Marthyn, altro artista  “sperimentatore” con cui Sandra realizza sovente opere d’arredo urbano e con la fabbrica La Castellamonte  di Silvana Neri e Roberto Perino che mettendo a disposizione il loro laboratorio artistico danno vita a un proficua relazione tra arte, design e artigianato d’eccellenza. Un insieme di  persone che con la propria esperienza presta attenzione allo sviluppo di nuovi percorsi produttivi con il desiderio di gemmificare opportunità di inpegno lavorativo e professionale sempre relazionandosi anche con la ricca ed articolata realtà del Liceo Artistico Statale “Felice Faccio”, dove per altro la Baruzzi insegna Design e Arte della Ceramica.
Terra di Castellamonte, da maiolica, grès, terraglia, refrattario, porcellana, terra pirofila mescolate fra loro o con altre materie prime; terre cotte e ricotte, ingobbiate, colorate, smaltate e lustrate, considerate un universo da conoscere e da vivere per e con la sua magia. Qui si comprende anche l’imprevisto, anzi è questo che molte volte, sorprende e rinnova lo slancio a proseguire.
L’incontro dello strumento e della materia producono emozione che è sentimento contraddittorio ma vivente, che non passa indifferente nell’osservatore, che attraversa i sensi  per poi arrivare all’anima.
La tecnica e la tecnologia di queste opere è tanto varia quanto sono le opere stesse.
                                                                                                                              Anna Tabbia
 

 

                                                        INVITO AL VIAGGIO

 

La collezione d’opere che presento alla 52esima Mostra della Ceramica ha come tema l’invito al viaggio ... al viaggio per terra, al viaggio per mare, al viaggio per cielo ed infine per  quello più incredibile, fantastico, gioioso e doloroso....quello dell'amore.
Si porgono sculture in ceramica dove si elaborano con creatività tracce visive di vita e del suo divenire con l’arricchimento di conoscenza e d’incontro. Un aggrovigliarsi di spazi, un movimento vorticoso di luoghi, “l’onda sulle nubi”, l’onda che si aggrappa alle nuvole, per cambiare orizzonte, punto di vista o “turbolenze” dell’anima, perché è l’anima il luogo della miscela dei luoghi, della partenza e dell’arrivo, il viaggio dei viaggi.

Viaggiando può succedere però di sentirsi dolorosamente diversi dal resto, una “barca nel bosco”, mentre nel bosco le barche non servono. Se siamo barca, vogliamo mare. Il mare non c’è e rimaniamo barca comunque. Disagio, spaesamento. ( suggestionata dalla lettura del libro, che ha dato nome all’opera, di Paola Mastrocola ).
Quando avvertiamo l’essere fuori posto, partiamo per cercare il nostro posto.
Spesso non lo troviamo e la ricerca continua.
Una ricerca molto spesso vissuta con sé, per sé e in amalgama con l’altro da sé, amando o odiando. Ecco gli incontri di viaggio, le passioni,  che generano, con fantasia e ironia, la serie di opere intitolate “amore … in fiore, trafitto, tridimensionale, stonato, love, in saldo, ecc”.
Queste opere sono accompagnate da pagine scritte di Anna Tabbia, una pagina per ogni amore!
Eccovi un’anteprima con  amore stonato
“Si conosce entrambi la stessa canzone, la si ama, si sono imparate a memoria le parole e ciascuno dei due le sa, senza neppure lo sforzo di concentrazione che le fa infilare una dietro l’altra.
Si canta, si parte nello stesso momento e non c’è bisogno di segni di intesa; si parte così, naturalmente.
Ma è un duetto stonato.
Intonata lei, intonato lui; oppure intonati lui e lui; o ancora intonate lei e lei. Non sbaglia nessuno ma qualcosa va fuori: fuori tempo, fuori posto, fuori dalle righe, fuori ritmo.
Infinite le possibilità del fuori. Inevitabilmente fuori dalla storia.
E pensare che erano due giovani belli e ricchi e avevano tutto: bel lavoro, famiglia bene, tutto tutto, e nessuno dei due pareva stonato".

 

             

                                                                                amore fra mari e monti 2012


Amore in fiore

Amore tridimensionale

Amore trafitto

Love

Amore stonato

La barca nel bosco

Aquilone sospeso

Oniriche abitazioni

Dimora sradicata

Poetiche abitazioni

Il canto delle sirene

Passaggio di cometa

micimiao city 2011

echi mediterranei 2011

scalino di risacca 2011

prezioso totem sull'onda 2011

faro al tramonto 2012

faro in attesa 2012

faro all'alba 2012

faro in diurna 2012

faro nell'abbraccio 2012

faro in notturna 2012

faro sul vortice ondoso 2012

faro sull'onda verde 2012

faro sulle dune 2012
 

DIMORE DELL'ANIMA

 

Fango e creta. Creta e creatura. La creta crea case. Case di fango in cui l’artista insuffla l’anima. Ed ecco che tra le dimore metaforiche costruite dalla poesia fioriscono quelle con-crete di Sandra Baruzzi. Esplodono sulle tele rossi e arancio e viola, linee forti e scure, fenditure profonde; onde perigliose ci raccontano di case tenaci che sanno stare in equilibrio su rupi scoscese e su oceani agitati. E da quelle case, nonostante la precarietà delle situazioni mostrate, ancora ci si azzarda a sporgere scale verso il cielo
Chiusi nelle cornici, nei limiti spaziali della tela, questi paesaggi esprimono mondi interni fortissimi e ricchi. Ma anche nelle crete, là dove l’oggetto rappresentato potrebbe dominare lo spazio circostante, Sandra sceglie di inscriverlo in un perimetro, spesso doppio, talvolta addirittura triplo, come se la casa fosse su un’isola e l’isola in un lago. Ecco allora tornare anche qui il tema del rapporto tra fuori e dentro, tra spazi verso i quali si lanciano parole o scale o fili che reggono lune e cuori e interni più che mai segreti. Chi vive nelle case di Sandra? Sognatori, questo è evidente. Le atmosfere sono notturne, i segni – scritture, fili, trame come di centrini all’uncinetto – rimandano a universi creativi femminili. In questa geografia di terre emerse, strappate al mare, alcune isole sono uterine per forma e colore, altre cartacee, depositarie di pensieri, altre ancora sporgono le loro casette infantili coperte di glasse fiabesche: carmello, cioccolato. Per chi sono dunque le case di Sandra? Per le bambine buone e per quelle cattive che dormono sogni tranquilli o inquieti nel fondo delle nostre coscienze adulte. Piccole anime avventurose vi troveranno di sicuro dimore sicure. .

Maria Pia Simonetti

Architetture dell'anima

Architettura sospesa

Dimora delle sorprese

Dimora mediterranea

Architettura eterna

Architetture arroccate

Architetture comtemplative

Dimora acqua marina

Dimora di passione

Appendi il nostro giorno d'amore

Rogo

Preghiera

installazione dimore 2011

Utopie verticali ed equilibri instabili

 

Conviene dirlo subito Sandra Baruzzi è un' artista a tutto tondo senza le limitazioni (se ce ne sono) imposte dalle comode classificazioni tecnico-espressive. Certo la ceramica è il nocciolo della sua poetica, la capacità di coagulare in volumi, in visioni plastiche un universo poetico ricco ed introverso. Ma al tempo stesso e con grande sorpresa per gli spettatori (le sue opere possono infatti essere considerate attori in un teatro delicato e quasi evanescente) la poetica di Sandra Baruzzi si dipana leggera su tele scabre dai tratti essenziali tracciate su fondi di ardente terracotta. Così siamo alle sculture "in bilico" come Casaluna o Casalta che si tramutano in Città-degli-Incontri e Casapercorso, siamo nel regno della leggerezza, dell'equilibrio instabile, dell'essenzialità cromatica. Ed i rimandi sono citazioni sottili quasi un Melotti reso più esplicito sino ai sottili rimandi Kleeiani nel tratto che allude, nell'idea dell'infantilismo sognante. Poi é come se nei lavori più recenti si fosse verificato un bisogno di compattezza, come se il grumo poetico più tenue e diluito dei lavori più vecchi avesse richiesto un supplemento di solidità e di costruzione più "costruita".
Nascono così visioni sdoppiate più ricche di elementi e di strutture portanti che conducono ad una sorta di rigenerazione delle austere torri originali. Baruzzi è andata verso la terra del possibilismo, verso il sogno reso tangibile. Le nuove torri-cono si sdoppiano, si alleggeriscono e si spezzano quasi ma si arricchiscono di elementi di nuova mondanità. Forse Sandra Baruzzi è un artista che teme quasi di lasciarsi andare, di svelare il suo gesto capace e la tecnica sapiente. Ora percorre la stagione felice, viaggia nei territori del sogno sognato e del mondo sperato.

Ugo Nespolo

casa per Anna 2002

casalta 2002

casestellate 2002

sottosopra in libertà 2003

sorprende la morte-naufragando

percorsi di pace 2003
 

PICIOL D'ARTISTA

La scultrice Baruzzi, prese le mosse dal recipiente recuperato nella sua classica forma e funzione, ha proceduto alla personale rielaborazione di questo, liberando e dando forma concreta al  suo immaginario. Il vaso della tradizione si è così rinnovato riproducendo, tra le numerose soluzioni proposte, le sembianze di una città dei sogni, popolata di torri dalle piccole finestrelle e lunghe scale con tanto di luna sospesa, oppure è divenuto una sorta di omaggio ad artisti amati e frequentati, di cui richiama i più ricorrenti motivi.
Dai vasi che rimandano alle offerte votive per i grandi maestri a quelli la cui produzione è nata pensando a quanti, per scelta o per caso, popolano il loro quotidiano: il vaso-signorina, quella comune della porta accanto, rimembranza ed insieme trasfigurazione dei preistorici vasi antropoidi; il vaso che reca la trascrizione di versi poetici, perché il bisogno di esprimersi è unico per quanto si avvalga talvolta di terra e talvolta di parole; il vaso di sapore gaudente, simpaticamente giocato sulle rotondità di un’amica (almeno le curve in ceramica resistono più facilmente all’impietosa corsa del tempo!); quello, giocoso e sensuale, dedicato ad un uomo la cui virilità viene ironicamente esaltata ed impreziosita dall’oro di cui sono con malizia intinti gli attributi per eccellenza della prestanza maschile.

Al “grido per tornare alla fanciullezza” di Bojani risponde a tono lo spirito ludico della ceramista a cui giocare piace e, piuttosto che privilegiare i solitari, ama coinvolgere compagni di squadra. Questa è stata la volta del sodalizio con Guglielmo Marthyn e la ditta RP, con i quali  ha giocato al “contenitore contenuto” o, per divertissement linguistico, a “contenere il contenitore”: ogni vaso, di per sé contenitore, è stato a sua volta racchiuso in una sorta di scatola sfondata e ad ogni scatola un’altra se ne può sovrapporre; pezzo su pezzo in modo da creare una stele.
Fantasticherie e travolgente voglia di divertimento sono gli ingredienti base di questo gioco alla modernizzazione di un oggetto di cui non viene comunque perduta l’identità originaria: anche un vaso artistico, così rinfrescato e svecchiato, non esaurisce fino in fondo la sua funzionalità nella fruizione estetica, nel suo essere oggetto d’arte, e può al tempo stesso tornare agli albori ridiventando oggetto d’uso. Da riempire, atto a contenere.
Del resto gli antichi pensavano che i vasi vuoti facessero gran rumore, esattamente come gli sciocchi, uomini dalle teste vuote, che mai riescono a stare zitti ed inutilmente strepitano e schiamazzano.
Vasi e teste da riempire.
Il pensiero corre alla mitica Pandora, donna dalla testa vuota e dal vaso pieno. Di mali, però. Ed è per questo che non avrebbe dovuto scoperchiare quel vaso  e tenerlo ermeticamente chiuso ma, pur essendole stato quel gesto proibito, non resistette ed aprì: i mali rapidi uscirono investendo la vita degli uomini, fino a quel tempo felici e da quel giorno irrimediabilmente gravati da mille preoccupazioni, ansie e dolori. Dal recipiente tutto fuggì; rimase solo la speranza, che è poi quella che i vasi della nostra vita dovrebbero sempre e gelosamente custodire.  

Anna Tabbia
 

piciol storico

piciol magico n°1

piciol degli scambi

piciol vissuto n°1

piciol scomposto

piciol stellato